IL CORAGGIO DI STARE BENE

E poi arriva il Natale, e sembra attivare tutto: le assenze, i silenzi, le mancanze, la nostalgia. È un tempo che amplifica le emozioni, che riporta alla superficie ciò che durante l’anno resta più silenzioso, come se la memoria e il sentire diventassero improvvisamente più intensi.
Quante volte ci siamo detti, soprattutto in certi periodi: «In quell’istante ero felice. Cosa darei per rivivere quel momento!».
Eppure, quasi mai ce ne accorgiamo mentre accade.
La felicità sembra arrivare senza preavviso, quando siamo distratti, presi da altro, spesso attraversati da una sottile inquietudine o da un senso di colpa difficile da nominare. È come se non fossimo mai davvero pronti a viverla.
Così finiamo per apprezzarla soprattutto nella sua assenza: come nostalgia di qualcosa che è già passato o come attesa di qualcosa che forse verrà.
La felicità diventa allora un ricordo da rimpiangere o una promessa sempre rimandata, raramente un’esperienza pienamente vissuta nel presente.
A volte sembra che ci sentiamo immeritevoli di stare bene. Come se la serenità fosse fragile, concessa solo per brevi istanti, e non uno stato legittimo. Forse è anche per questo che, quasi senza accorgercene, torniamo presto a stare “male”: un territorio conosciuto, familiare, paradossalmente più rassicurante.
Non sarà che ci si abitua anche all’infelicità? Che diventi una forma di identità, un modo di essere appreso nel tempo? E che, al contrario, stare bene, con la sua apertura, la sua imprevedibilità, a volte ci spaventi più del dolore stesso?