LA LAMENTELA: TRA BISOGNI ED ASPETTATIVE NON RICONOSCIUTI

La lamentela, da sempre una porta d’accesso ai nostri bisogni più profondi.

È spesso considerata un segno di debolezza, di vittimismo o di pigrizia emotiva: quel “poverino me” un po’ alla Calimero, in cui tutto sembra andare storto e il mondo appare ingiusto e ostile. Di fatto però rivela molto più di quanto appare.Lamentarsi non è solo un semplice sfogo; molto più spesso rappresenta un tentativo, a volte goffo ma autentico, di entrare in contatto con qualcosa che ci fa male o che non riusciamo ad affrontare. Dietro il “non va mai bene niente” o il “capita sempre a me” si nasconde spesso una richiesta inascoltata, un bisogno che non trova parole più mature per esprimersi.La lamentela nasce quando c’è uno scarto tra ciò che viviamo e ciò di cui avremmo bisogno. È il linguaggio primitivo del disagio: un modo per segnalare che qualcosa dentro di noi non è allineato, che un bisogno non è stato riconosciuto, rispettato o accolto. Ci permette di prendere atto del limite e della frustrazione, anche se lo fa con una voce infantile e ripetitiva.Allo stesso tempo la lamentela ci “protegge”, permettendoci di mantenere una distanza emotiva dal dolore più profondo. Restando in superficie del “è un’ingiustizia”, del “perché sempre io?”, evitiamo di guardare le nostre ferite. La lamentela copre la nostra vulnerabilità, ci difende dalla paura di riconoscere ciò che desideriamo veramente o dalla possibilità di metterci in gioco per cambiare ciò che ci fa soffrire.Eppure, proprio per questo, la lamentela può diventare un ponte importante tra il sentire e l’azione: un invito all’ascolto che induce a domandarsi che cosa sta cercando di dirmi questa voce interiore? Di cosa ho realmente bisogno?Solo quando ci permettiamo di restare vicini alla nostra stessa lamentela, anche quella un po’ piagnucolosa e ripetitiva, senza fonderci con essa, iniziamo a distinguere il bisogno sottostante: forse un bisogno di riconoscimento, di riposo, di confini, di sostegno; a volte solo di essere ascoltati e capiti senza giudizio, altre volte di cambiare qualcosa che per troppo tempo abbiamo tollerato.Così il potere trasformativo del riconoscere può aprire un’altra possibilità: trasformare il lamento in consapevolezza, la frustrazione in scelta, la passività in movimento.Lamentarsi, allora, è come una bussola interiore che, se ascoltata con curiosità e gentilezza, anche quando parla con la voce di un piccolo Calimero ferito, può guidarci verso un contatto più autentico con noi stessi.