LA FOLLIA: TRA TUTTO E NIENTE

Franco Basaglia alcuni anni fa scriveva:

“Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana… la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare sia la ragione quanto la follia.”

Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo sospesi tra ciò che dovremmo essere e ciò che siamo davvero. Tra ciò che appare coerente, stabile, razionale e quella parte più fragile, disordinata, che la società chiama “follia” ma che, in fondo, è solo un altro modo di esistere.

Basaglia ci ricorda che la follia non è un errore del sistema, ma una sua possibilità, un’espressione del vivere che sfugge al controllo, che non può essere misurata o corretta senza prima essere accolta.

Eppure, la cultura, la civiltà in cui viviamo è spesso impaurita da ciò che non comprende e trasforma questa differenza in devianza, e la devianza in malattia.Ma se smettessimo di pensare alla follia come a un “errore da guarire”, e iniziassimo a vederla come una forma di linguaggio? Magari scopriremmo che è un modo, magari scomodo, bizzarro, non lineare, probabilmente l’unico con cui la persona riesce a parlare, ad esprimersi.

Forse il disagio psichico non è altro che il sintomo di una ferita tra ciò che sentiamo dentro e ciò che ci è concesso di esprimere fuori, un grido inascoltato, una forma estrema di urlare folore e malessere. In questa chiave, la follia diventa allora una soglia, un confine da attraversare con cura, non un abisso da rinchiudere dietro le porte di una diagnosi, o peggio ancora dentro quattro mura.

In ciascuno di noi esiste un luogo dove la logica vacilla, dove le emozioni non seguono percorsi prevedibili, dove la paura, il desiderio, il dolore e la nostalgia si intrecciano in forme che non possiamo sempre spiegare. Non è debolezza, e solo umanità.

La vera civiltà comincia quando smettiamo di respingere queste parti di noi e degli altri, come se fossero “altro”, e iniziamo a riconoscerle come facce della stessa medaglia. Quando comprendiamo che la salute mentale non è l’assenza di contraddizioni, ma la capacità di abitarle senza fuggirle.

Perché in fondo siamo tutti, potenzialmente a rischio di perdere l’equilibrio, quando arrivano certe “tempeste” varcando quel confine sottile, e il vero coraggio non è fingere di stare sempre in piedi, ma accettare anche quando barcolliamo.